Mercato volontario: la forte domanda spingerà in alto i prezzi dei crediti di carbonio

Comunque vada, la domanda dei crediti di carbonio nel mercato volontario è destinata a crescere sensibilmente negli anni a venire per due ordini di motivi: perché il tema della sostenibilità diverrà sempre più cruciale per le aziende su pressione di consumatori e investitori più capaci di oggi nel distinguere tra valore e greenwashing; per l’evoluzione legislativa, che rafforzerà la stretta contro i soggetti inquinanti.

È quanto emerge dalle ricerche di Trove Research ed Ecosystem Marketplace che delinea le possibili traiettorie dei prezzi da qui al 2050. Dato il lungo arco di tempo preso in considerazione, e le variabili che possono intervenire da qui a metà del secolo, gli analisti non fanno previsioni puntuali, piuttosto delineano traiettorie, pur avvertendo che occorrerà rivedere man mano queste stime.

Pur con tutte queste precisazioni, gli analisti segnalano la forte pressione della domanda, che inevitabilmente porterà a un innalzamento dei prezzi. In tutti i casi la spinta maggiore è attesa dalle aziende che aderiscono alla Sbti (Science Based Target, iniziativa che guida gli operatori di business nella corretta implementazione di strategie di decarbonizzazione in linea con gli obiettivi di Parigi e gli studi scientifici) e da quelle che hanno dichiarato di voler raggiungere secondo la propria strada l’obiettivo net zero (cioè l’equilibrio tra emissioni delle proprie attività ed “emissioni catturate” tramite iniziative in difesa dell’ambiente, come ad esempio la riforestazione).

Nel breve termine, gli analisti si attendono una domanda di crediti trainata soprattutto dalla componente di riduzione (come interventi di efficientamento energetico, di produzione dell’energia rinnovabile e iniziative di contrasto alla deforestazione), mentre quella di rimozione (attività che assorbono o catturano CO2 direttamente dall’atmosfera, come le pratiche finalizzate alla rigenerazione dei terreni agricoli) dovrebbero prendere il sopravvento dal 2040 in avanti, nel momento in cui diventerà consistente il numero di imprese impegnate nel cammino verso net zero.

Nello scenario intermedio di Trove Research ed Ecosystem Marketplace, queste dinamiche dovrebbero comportare una domanda annuale di acquisto crediti di riduzione di circa 1.163 MtCO2e (cioè tonnellate di biossido di carbonio equivalente) entro il 2030, di 2.232 MtCO2e entro il 2040 e 2.561 MtCO2e per la metà di questo secolo. Mentre per i crediti di rimozione le attese sono rispettivamente per 650, 2.265 e 3.608 MtCO2e.

La chiave di lettura

Come leggere queste previsioni? Secondo Matteo Beltramini, sales & trading associate di Carbon Credits consulting, “l’ottimismo degli analisti che hanno redatto il report è confermato dall’esperienza sul campo”. Anche se per l’esperto è fondamentale delimitare il perimetro della terminologia utilizzata. “Secondo la Science Based Target Initiative, l’obiettivo net-zero non solo comprende l’equilibrio tra emissioni delle proprie attività ed emissioni catturate tramite iniziative in difesa dell’ambiente, ma soprattutto un piano di riduzione delle proprie emissioni da parte dell’azienda che deve agire in contemporanea alla compensazione, oltretutto con degli obiettivi percentuali annuali in termine di riduzione fissati da SBTi che il piano di riduzione deve rispettare”, sottolinea.

Quinti l’obiettivo del piano di riduzione non è di portare a zero le emissioni dell’azienda (“Obiettivo impossibile”, rimarca Beltramini), bensì di ridurle al minimo. Queste emissioni rimanenti chiamate hard to abate, aggiunge l’esperto, non possono essere ridotte in quanto non esiste la tecnologia necessaria per farlo o esiste, ma ancora con costi così alti che sono insostenibili per l’azienda.

Quanto alle tipologie di intervento, differiscono anche in termini di prezzo. “I crediti di rimozione tendono a essere molto più costosi in quanto sono più scarsi e garantiscono la cattura e lo stoccaggio della CO2, in certi casi per centinaia di anni”, puntualizza Beltramini.

Prendendo come esempio le nature based solution, ovvero progetti che generano crediti tramite la protezione, la gestione sostenibile o il ripristino degli ecosistemi naturali, l’esperto fa notare che esiste una differenza in termini di prezzo tra i progetti di piantumazione (rimozione) o di protezione delle foreste (riduzione, o meglio evitamento). I primi costano tra i 18 e i 30 euro per credito, gli altri tra i 5 e i 15. “Occorre però precisare che esistono ulteriori fattori che influenzano il prezzo dei crediti di carbonio come il vintage (anno in cui la rimozione/riduzione ha avuto luogo), i benefici per la comunità e il Paese in cui si trova il progetto”, conclude Beltramini.