Siri (Bcg): “Il futuro del carbon offset dipende da volumi, prezzo e interazione con mercato compliance”

“Al momento, il mercato volontario dei crediti di carbonio è una realtà di nicchia: vale circa due miliardi di dollari. Ma i suoi margini di crescita sono enormi, solo nel 2021 è aumentato di 4 volte rispetto al 2020, con emissioni pari a circa 500 MtCO2. La previsione è che crescerà di 5 volte entro 2030 con la possibilità di raggiungere un valore tra 10 miliardi e 40 miliardi”.

Parla con cognizione di causa, Andrea Siri, project leader di Bcg, multinazionale americana che opera nella consulenza strategica. Lui segue principalmente progetti in ambito energy con focus su cambiamento climatico, sostenibilità e transizione energetica. Da qualche anno, Siri si occupa anche del mercato volontario dei crediti di carbonio guidando le imprese europee e italiane ad orientarsi tra gli strumenti finanziari di carbon offset, a cui le aziende si rivolgono per compensare le emissioni che non è possibile ridurre.

Sul tema, di recente Bcg Shell hanno avviato peraltro una collaborazione per indagare lo sviluppo che ha avuto negli ultimi due anni il mercato volontario del carbonio. Sono stati sentiti oltre 200 leader del settore ambientale, della sostenibilità e di altri mercati per identificare alcune tendenze principali che caratterizzano il mercato odierno.

Innanzitutto, lo studio conferma che la domanda di crediti per le emissioni di carbonio sta crescendo rapidamente: il 40% degli intervistati ritiene, infatti, improbabile che la spesa dei crediti si riduca, addirittura molto improbabile per il 15%. In più, il 92% dei compratori si aspetta che aumenti il proprio portfolio del prezzo dei crediti, con una proiezione di crescita media del 60% da qui al 2030. Invece, per quanto riguarda le possibili ragioni di insoddisfazioni di mercato, lo studio rileva che quelle potenzialmente derivano, in ordine di importanza, da trasparenza di prezzo, sicurezza sulla qualità, troppa standardizzazione, disponibilità di dati, riduzione o meno dell’incertezza regolatoria.

“Il futuro del mercato volontario dei crediti di carbonio dipenderà da due fattori: volumi prezzo”, premette Siri. Lato volumi: “E’ quasi certo che aumenterà il numero di aziende che deciderà di compensare le proprie emissioni di CO2 per raggiungere la neutralità carbonica al 2050, visto che i target da centrare saranno via via sempre più stringenti. Nella partita, rientrano anche le aziende più virtuose che sceglieranno questa opzione per compensare le emissioni dirette e indirette (Scope 1, 2 e 3)”. Lato prezzo: “Come sempre, le quotazioni dipendono dalla domanda e dall’offerta. Il problema è che l’evoluzione della domanda nel mercato volontario è molto più veloce dell’offerta perché ci vuole tempo per produrre un credito di compensazione”.

Per inquadrare meglio il contesto, Siri porta in dote il caso classico della riforestazione: “Per verificare se gli alberi sono in grado di catturare la CO2 e di produrre crediti di carbonio, ci vogliono anni. Per questo motivo, chi compra i crediti oggi è molto più attento alla qualità dei prodotti. Non è un caso che nel biennio 2021-2022 l’offerta dei crediti di carbonio sia leggermente diminuita creando un maggiore bilanciamento con la domanda. Questo è avvenuto perché c’è più controllo sulla qualità dei crediti”. Tuttavia, prosegue Siri, “esistono ancora oggi alcune zone grigie da dipanare nel mercato volontario: ad esempio, non è chiaro come il prezzo viene prodotto perché non esistono criteri standardizzati di valutazione. Tutto questo crea un rumore di sottofondo, ma quando c’è rumore emerge l’incertezza e i prezzi scendono”.

Su un punto così sensibile, il mercato volontario rischia di impantanarsi. Il problema, secondo Siri, si supera in due modi: “La standardizzazione può avvenire con criteri di valutazione riconosciuti a livello mondiale e con l’accettazione dei crediti da parte del mercato compliance, cioè regolamentato, che copre il 98% del mercato mondiale della CO2. Vale al 2021 quasi mille miliardi di dollari, è cresciuto 2,5 volte dal 2020 al 2021 e presenta un livello di emissioni che supera i 15 GtCO2”. Il secondo passaggio, fa notare Siri, è strettamente connesso al primo: “Nel caso in cui l’Ets europeo decidesse di accettare nel suo mercato alcuni crediti di carbonio di compensazione, l’Europa dovrebbe introdurre una serie di criteri a cui attenersi – spiega l’esperto -. Tuttavia, anche in questo caso, il problema nasce a monte: i crediti volontari sono molto più difficili da valutare rispetto a quelli Ets. In questo senso, un contributo importante potrebbe arrivare dalle nuove tecnologie come l’IA la quale, combinata ai dati satellitari, può portare ad un forte miglioramento nel monitorare l’effettivo impatto derivante dalle attività sottostanti la generazione dei crediti volontari”.

Al netto di tutte le difficoltà, Siri è convinto che l’interazione tra mercato compliance e volontario sia la soluzione obbligata per imprimere una svolta decisiva allo strumento della compensazione delle emissioni di CO2. “Ci sono diversi fattori che però devono verificarsi: innanzitutto, il mercato compliance deve riconoscere quello volontario, oggi per la maggior parte dei casi non è così; poi è necessario stabilire a livello mondiale la quota di compensazione che le aziende possono avere nel proprio portafoglio, l’ipotesi più accreditata è nell’ordine di grandezza del 10%; infine, si deve garantire la qualità degli standard con cui vengono accettati i crediti e individuare i settori in cui si possono usare i crediti volontari all’interno del mercato compliance”.

In questo momento, quali sono i due driver che portano le aziende a scegliere un credito volontario rispetto ad un altro? “Prima la scelta era guidata dalla convenienza, i prezzi dei crediti avoidance costavano meno di quelli removal. All’improvviso, il mercato è cambiato: ora le aziende si sono dirette verso i removal, perché sono crediti più facili da verificare rispetto agli avoidance. Per essere chiari, prima di scegliere, le aziende si chiedono: è meglio riforestare (removal) o evitare la deforestazione (avoidance)? La prima soluzione è sicuramente più trasparente perché la crescita degli alberi piantati è riconoscibile a occhio nudo; quindi, è anche possibile valutare quanta CO2 quegli alberi hanno trattenuto. Al netto di questa differenza, il credito avoidance è importante e non deve essere dismesso dal portafoglio”, risponde Siri.

Perché? “Evitare la deforestazione è sempre meglio che piantare una foresta ex novo perché gli alberi già ci sono e la biodiversità così non viene compromessa. Ma oggi, come detto prima, non c’è ancora la possibilità di misurare questo processo con criteri uniformi e questo frena la crescita di questi crediti”. Consigli per le aziende italiane? “Ogni azienda dovrebbe avere un portafoglio di crediti misti avoidance e removal, perché oggi non esiste una valutazione analitica che indichi se un credito è migliore di un altro, visto che entrano diversi fattori in gioco come permanenza della CO2, prova dell’addizionalità del credito e altri ancora”, conclude Siri.